Maria Zara. La storia della strega di Gonnoscodina
Nelle campagne del paese, a partire dal centro del paese, passando per il ponte romano, le località di Carongiu de Concu Sanna, Sa meba, Boattari, fino a Masongiu si articola l'itinerario (proposto dalla pro-loco nella passeggiata ecologica del 2007) che, immaginiamo, avesse percorso innumerevoli volte una donna del paese: Maria Zara.Visse nel XVI secolo, più precisamente tra il 1560 e il 1610, e di lei abbiamo una sola notizia certa: venne processata e condannata dal Tribunale dell'Inquisizione di Sassari nel 1583, sotto la pesante accusa di stregoneria.
Riportiamo, traducendolo dal castigliano, il testo originale:
Relazione per l'Illustrissimo Signor Inquisitore Generale e Signori del Consiglio di Sua Maestà e Generale Inquisitore dell'autodafé che l'Inquisitore Dottor Raya celebrò domenica 14 agosto 1583 nella città di Sassari, nella piazza della Carra.
Maria Zara abitante e originaria di Gonnoscodina, fattucchiera, sortilega, superstiziosa, che si serviva di fatture e pratiche superstiziose affinché chi avesse rubato qualcosa la restituisse al proprietario, il bestiame non morisse, alcune persone avessero figli e per procurare paralisi ad altri. Indovinava chi aveva rubato qualcosa. Quando imprecava, diceva: "per Santa Marrana" che ascolta le cattive preghiere e non le buone.
Uscì nell'autodafé in abito penitenziale e abiurò de levi, ossia per sospetto lieve; fu condannata a cento frustate. Cento qui e cento nel suo villaggio. Al bando da questa Archidiocesi di Sassari per tre anni e a scontare altre penitenze spirituali.
A cario di questa rea testimoniarono sedici persone riguardo a molte fatture e pratiche superstiziose che aveva messo in atto per le cose suddette.
Confessò solamente che, trovandosi inferma, alcune gitane le tagliarono un po' delle unghie e dei peli della fronte e della nuca, presero dieci monete chiamate ochinas e le gettarono il piombo (l'acqua con il piombo fuso), superstizione molto in uso in questo regno, sulla testa e sui piedi per tre volte. Tale pratica di solito comporta il patto con il demonio.
Avrebbe dovuto curarsi con il piombo per nove giorni, ma prima fu arrestata dall'ordinario Vescovo o suo rappresentante. In una cassa, dentro un corno di bue, si trovarono le unghie e i peli, che le gitane le avevano tagliato, e i tre pezzi usati per la pratica del piombo.
Rimase per un anno in prigione e fu fatta uscire dietro pagamento di una somma di denaro, senza che confessasse altro. Fu sottoposta a tortura e la superò.
Salvatore Loi, Inquisizione, magia e stregoneria in Sardegna, AM&D Edizioni.
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